8 marzo di lotta delle donne in tutto il mondo
Sotto la legge del maschio pakistano
Riccardo Bottazzo, 28.02.2020, “Il Manifesto”
Una donna coraggiosa lotta per riavere i suoi due figli (italiani) rapiti dal padre. Nascosti ad Islamabad, per la legge pakistana la madre non ha alcun diritto
Una donna coraggiosa. Una donna che ha avuto il fegato di ribellarsi ad una tradizione patriarcale che assegna alla madre solo un ruolo “complementare” al marito, senza nessun diritto sui figli. N.P.B., 41 anni, attualmente è costretta a vivere nascosta in una città dell’Emilia Romagna, inserita in un programma di alta protezione dall’associazione Donne e Giustizia di Ferrara. Ma N. è anche una donna disperata. I suoi due bambini, U.S, di 9 anni, e la sorellina S.S., di 8 anni, sono obbligati a vivere lontani da lei, nascosti in casa di uno zio materno, ad Islamabad.
UNA SITUAZIONE pesantissima, che si protrae dal gennaio del 2018, da oltre due anni durante i quali i due bimbi non hanno potuto frequentare nessuna scuola e sono stati privati anche di ogni assistenza sanitaria. Una vicenda che ha del paradossale, soprattutto se si considera che i due bambini sono entrambi cittadini italiani. Sono nati e cresciuti entrambi in Italia, nelle Marche, da un padre, M.B. di 38 anni, che, se pure di origine pakistana, ha la cittadinanza italiana.
ED È PROPRIO IL PADRE, trovatosi una nuova compagna, li ha portati in Pakistan e abbandonati ad Islamabad, dopo aver sottratto tutti i documenti per impedire loro di far ritorno in Italia. «Una pratica di, chiamiamolo “divorzio”, purtroppo molto diffusa tra la comunità pakistana dove le caste e la tradizione patriarcale, in cui la donna conta meno di un capo di bestiame, sono regole non scritte ma accettate a tutti i livelli sociali.
QUANDO UN UOMO SI STUFA della propria moglie, sposata, come è avvenuto per N, per procura e per intercessione delle famiglie, la rispedisce semplicemente alla sua famiglia come una merce scaduta. Poi il marito, padre e padrone, ritorna in Europa, si risposa con chi vuole lui perché il secondo matrimonio è sempre più libero – anche se le regole di casta vanno lo stesso rispettate – e non ha nessun obbligo di restituire la dote e, soprattutto, di accollarsi il mantenimento dei figli», spiega Grazia Satta dell’associazione PortAmico del Comune di Portomaggiore (Fe) che, non a caso è uno dei Comuni italiani con maggior presenza della comunità pakistana.
È a PortAmico che N. si è rivolta per cercare aiuto, dopo che è stata costretta a fuggire dalla città marchigiana in cui risiedeva per le minacce ricevute da alcuni esponenti maschili della locale comunità pakistana. La sua colpa è di non aver accettato questo costume «tradizionale» e di essere rientrata in Europa, passando per l’Inghilterra – Paese per il quale non è previsto nessun visto per chi proviene dal Pakistan – per chiedere giustizia. Non ha potuto portare con sé i suoi due bambini però, perché il padre ha sottratto tutti i loro documenti, e li ha affidati ad un suo fratello. Ottenere un duplicato, in Pakistan, è una pratica semplicemente impossibile per una donna se non c’è anche la firma di un uomo. Tutto, in una famiglia, appartiene al padre o, in alternativa, ai figli maschi.
«I DUE BAMBINI, che ricordiamolo ancora una volta sono cittadini italiani, stanno vivendo una situazione di altissimo rischio – spiega Germana Mascellani, operatrice di PortAmico -. Se prima erano considerati solo come un fastidio, ora, grazie alla ribellione di N., sono diventati uno strumento di vendetta trasversale.
La famiglia dell’ex marito, il padre e i fratelli di lui, hanno fatto istanza al tribunale di Islamabad per avere la tutela dei bimbi. Sino ad ora, lo zio materno è riuscito a rinviare le udienze grazie a certificati medici e ad altri accorgimenti, ma il tempo stringe. Noi ci siamo rivolte a tutte le istituzioni, dalla Farnesina alla Presidenza della Repubblica, perché intervengano presso l’ambasciata italiana del Pakistan perché rilascino una copia del passaporto ai due bambini che permetta loro di ricongiungersi con la madre, ma sino ad ora non abbiamo ricevuto risposte. La donna è disperata. Non può tornare in Pakistan, non può riabbracciare i figli, non può garantire loro un futuro. Ma è una donna che ha avuto il coraggio di ribellarsi. È una donna che va aiutata, e il più presto possibile, anche perché possa essere d’esempio per tante altre donne che subiscono questi soprusi».
N. NON HA LA CITTADINANZA italiana. Arrivata nel nostro Paese è sempre stata tenuta segregata in casa dal marito padrone. Prima che si rivolgesse a PortAmico, non era neppure mai stata in un supermercato. Germana e Grazia ricordano ancora la sua emozione quando l’hanno accompagnata per la prima volta a fare una spesa in un luogo per lei così strano, pieno di donne libere che riempivano il carrello dei prodotti che sceglieva loro.
SE NON CI FOSSERO stati i decreti Sicurezza che hanno bloccato la sua richiesta di cittadinanza in itinere, forse sarebbe anche lei una cittadina italiana e tutto le sarebbe stato più facile. Ma senza quel pezzo di carta, all’ambasciata italiana di Islamabad non le hanno lasciato neppure mettere dentro il naso. I bambini sì, loro sono italiani, ma in Pakistan senza la firma del padre, senza la firma di un uomo, non possono chiedere neppure una copia di un qualsiasi documento. Neppure per frequentare una scuola o per andare dal medico.
N. e i suoi figli possono, per questo, ringraziare Salvini.
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Il paragrafo «219a», l’ultimo tabù tedesco sull’aborto
Sebastiano Canetta, BERLINO, 03.03.2020, “Il Manifesto”
Il caso . Due ginecologhe in attesa della sentenza dopo la condanna per «pubblicità» sull’interruzione di gravidanza pubblicata sulla pagina web del loro ambulatorio, in base a una norma che risale all’epoca del Terzo Reich
Sit in in solidarietà con Bettina Gaber e Verena Weyer
© Ap
La sentenza sulla liberalizzazione dell’aborto affidata alla giudice suprema nominata dalla Cdu. Non una buona notizia per Bettina Gaber e Verena Wayernon, le due ginecologhe berlinesi cui si deve il caso giudiziario che ha riaperto l’intera questione giuridica sull’interruzione di gravidanza in Germania.
Dopo aver pagato la multa di 2.000 euro imposta a giugno dal tribunale del Tiergarten, le due dottoresse sono ricorse alla Corte costituzionale contro la condanna per «pubblicità dell’aborto» sulla pagina web del loro ambulatorio, ai sensi del controverso paragrafo “219a” che vieta ai medici di comunicare i metodi utilizzati nelle operazioni.
È l’ultimo tabù su cui in punta di diritto dovrà decidere il Tribunale federale di Karlsruhe che a riguardo, però, è spaccato esattamente in due.
Da una parte il Primo Senato, sezione “liberale” della Corte che in passato si è distinta per giudizi pro-aborto; dall’altro il Secondo Senato che già nel 1975 e poi nel 1993 ha sentenziato in maniera opposta sostenendo la piena legittimità del paragrafo, che nella versione modificata a febbraio 2019 permette ai medici almeno di comunicare se praticano l’interruzione di gravidanza.
Proprio alla sezione “conservatrice” toccherà l’ultima parola sul caso delle due ginecologhe berlinesi, senza neppure bisogno di scomodare il comitato di sei togati previsti da consuetudine dato che in base all’accordo informale tra i giudici (come rivela la Taz) il fascicolo con numero di protocollo 290/20 finirà sulla scrivania della presidente Christine Langenfeld, nominata dai cristiano-democratici.
Un altro ostacolo per la battaglia legale delle due dottoresse condannate in base a una norma che risale all’epoca del Terzo Reich e che impedisce tuttora la semplice informazione sul “come” chirurgico dell’aborto. A denunciarle è stata l’associazione pro-life del quartiere di Steglitz, «indignata» per la descrizione dell’operazione eseguita «senza medicine né anestesia» come si leggeva sul sito del loro ambulatorio. Quattro parole di troppo anche per il paragrafo “219a-modificato” dal Bundestag che ha dato il via libera alla lista pubblica dei medici abortisti.
In attesa della sentenza della Corte suprema, non si ferma la solidarietà a Gaber e Wayernon delle associazioni femministe per il diritto all’aborto che sei mesi fa avevano circondato il tribunale berlinese chiedendo «l’abolizione totale» della norma scritta dai nazisti per proteggere la “razza ariana” e difesa da tutti i governi tedeschi per l’ “effetto deterrente” sul numero di aborti. Una vera e propria discriminazione nella Bundesrepublik che in Europa si vende come faro dei diritti civili e un autentico smacco per la socialdemocrazia incapace di correggere la legge che tuttora prevede tre anni di galera per i medici che non rispettano i tempi dell’interruzione o accettano pazienti non passate attraverso il consultorio. Parola d’ordine: scoraggiare. Anche se vietare, più o meno parzialmente, le informazioni mediche rimane un crimine contro la Salute.
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Da clandestino a legale, l’Argentina promette una legge sull’aborto
Ariadna Dacil Lanza, BUENOS AIRES, 03.03.2020, “Il Manifesto”
Le testimonianze. Il presidente Fernández annuncia il provvedimento entro 10 giorni Anche grazie al lavoro delle volontarie della rete «Socorristas»
Buenos Aires, manifestazione per la legalizzazione dell’aborto; in basso una volontaria delle Socorristas en Red
© LaPresse e Gianluigi Gurgigno
«L’Argentina penalizza l’interruzione della gravidanza nella maggior parte delle situazioni… ma l’aborto succede, è un fatto», ha detto il presidente argentino Alberto Fernández domenica scorsa durante l’apertura delle sessioni al Congresso Nazionale, annunciando che nei prossimi dieci giorni invierà un progetto di legge di Interruzione Legale di Gravidanza (Ile) che legalizzi – non solo depenalizzi – «l’aborto nel periodo iniziale della gravidanza e permetta alle donne di accedere al sistema sanitario quando prendono la decisione di abortire». È la nona volta che viene presentato un progetto simile ma la prima in cui lo fa il presidente. Contemporaneamente, Fernández ha annunciato che il suo governo lancerà anche un «programma di educazione sessuale integrale e prevenzione della gravidanza non desiderata».
L’ABORTO SUCCEDE. «Non so se davvero l’embrione fosse morto perché mi avevano detto che esisteva la possibilità che vivesse. Non ricordo bene ed ero molto piccola per chiedere. Alcuni giorni dopo l’arrivo in ospedale ho avuto contrazioni con un forte dolore, e mi hanno fatto andare in bagno. Ho espulso tutto e l’ho visto dentro al water. Le infermiere mi hanno invitato a infilarci la mano e a tirarlo via. Volevano verificare che fosse uscito tutto», così racconta Corina il suo passaggio in un ospedale della provincia di Buenos Aires, dopo il suo primo aborto clandestino. Oggi ha 30 anni, ma allora ne aveva solo 16. Il preservativo non aveva funzionato e, aggiunge, «non conoscevo la pillola-del-giorno-dopo».
Alcuni giorni prima, con l’aiuto di sua madre, aveva ottenuto che un’infermiera andasse a casa sua, le collocasse una sonda attraverso la vagina, sino all’utero, assumendo che un’infezione avrebbe generato contrazioni e, infine, l’espulsione dell’embrione di 5 settimane. «Mi disse di coricarmi. Non ne sapevo molto, ma vidi un tubetto con il liquido che passò attraverso la sonda, per una decina minuti», racconta.
Tre giorni dopo l’infezione interna è peggiorata. «Quando avevo 43° di febbre ho detto a mia mamma ‘andiamo da un medico’». È stata ricoverata una settimana. «Mi hanno sottoposto a una visita ginecologica e fatto molte domande per trovare qualche residuo delle pastiglie – dice Corina, riferendosi al misoprostol, il principale medicinale utilizzato, per via orale o vaginale, per aborti farmacologici – «Sapevo che non dovevo raccontare nulla. Mia mamma ha dovuto firmare un foglio dell’ospedale che diceva che loro non si sarebbero fatti carico di ciò che mi sarebbe successo».
«Non posso continuare con la gravidanza», afferma Agustina dall’altro lato del telefono. Fa una pausa, ascolta e risponde alle domande: «Vivo col mio ragazzo, mio figlio e due sorelle», «studio un po’ e faccio lavoretti». A fare le domande, da una soffitta di uno stabile nel centro di Buenos Aires, è Micaela, volontaria delle Socorristas en Red (Soccorritrici in rete) che, dopo la telefonata, spiega: «Siamo tutte attiviste femministe, questo lo facciamo per convinzione, non facciamo pagare niente, offriamo tutte le informazioni sugli usi sicuri dei medicinali secondo i protocolli dell’Oms e accompagniamo donne che hanno già preso la decisione di abortire».
La chiamata è una delle tante che ricevono ogni giorno le Socorritas, il gruppo di accompagnamento all’interruzione di gravidanza più importante in Argentina. «Abbiamo iniziato il cammino dei soccorsi nel 2008, nella provincia di Neuquén», racconta Ruth Zurbriggen, una delle prime attiviste che, ispirata dal Soccorso Rosa delle femministe italiane degli anni ’70, ha fondato SenR nel 2012. Attualmente, la rete si compone di 54 collettivi, con un totale di 498 volontarie, ed è presente in tutte le province del paese.
L’ABORTO È UN FATTO. Dopo aver introdotto le prime quattro pastiglie di misoprostol all’interno della vagina, Carla si è sdraiata, con le gambe alzate contro la parete. Da lì a 15 minuti ha iniziato a sentirsi male: «Non potevo neppure parlare e volevo solo che passasse subito. Ho iniziato con brividi, febbre, diarrea, vomito. Ero avvolta in una coperta. Sono passate tre o quattro ore e non c’era sangue. Mi disperavo per paura che non funzionasse. Alla fine mi sono chiusa in bagno e ho iniziato a sanguinare. Una volta espulso, basta. È uscito il demone, ciao. Non ho più sentito dolore», racconta. «Ho avvisato Cami, che mi aveva soccorso. Vivere l’aborto circondata da donne è la cosa migliore che c’è. Oggi, a distanza di tempo e vedendo le mie amiche madri confermo ancora di più la mia decisione», dice Carla, che ha 29 anni e si è unita alle Socorristas nel 2018.
Dal 2014 le Socorristas, in collaborazione con l’Universidad Nacional de Neuquén, sistematizzano i dati di ogni accompagnamento, li raccolgono in un protocollo e li girano a una piattaforma che centralizza l’informazione. Fino al 2018 sono state intervistate 23.314 donne, di cui 19.361 accompagnate direttamente e altre 706 reindirizzate alla sanità pubblica. Si indaga anche sulle condizioni in cui giunge ogni donna – se ha provato ad abortire in passato, se si trova in un contesto di violenza di genere, se ha figli – col fine di comprendere più esaustivamente ogni caso e poter contare su dati affidabili su cui basare le pratiche di accompagnamento. «Una ragazza che arriva sanguinante in ospedale non dirà mai che è a causa di un aborto. Gli unici dati che ci sono li abbiamo noi Socorristas», dice Luciana, attivista dal 2018, anno in cui si è dibattuta per la prima volta la Ile in parlamento: «In quel momento portammo i dati in Congresso anche per rompere con l’idea che abortissero solo le ragazze povere o quelle che non hanno accesso alle informazioni».
DOPO UN PRIMO CONTATTO telefonico, le Socorristas convocano una riunione di gruppo. «Cerchiamo di ridere. A volte alcune donne piangono perché identificano una situazione di violenza, o è la prima volta che raccontano a qualcuno la propria decisione. Arrivano con tanta paura, dubbi e angosce, quindi il clima che si genera affinché si aprano è essenziale». Nel cordone urbano sud della capitale, le Socorristas – identificabili nei cortei dalle parrucche fucsia – danno corsi ai quali ogni giorno assistono in media 8 donne, di cui 3 o 4 con esperienze di tentativi precedenti di aborto. «Non mi dimenticherò mai di una ragazza che prima aveva provato a buttarsi giù dalle scale, poi aveva chiesto a suo figlio di tirarle calci sulla pancia, e infine aveva fatto ricorso a un’infermiera che le introdusse due volte la sonda, e visto che non abortiva, a quel punto è venuta da noi», racconta Luciana. Altri metodi a cui si ricorre nella clandestinità si basano su miti, come il caso delle infusioni – di ruta, origano, caffè con analgesici. Oltre 500mila argentine ogni anno, secondo la stima più citata, fornita dalle investigatrici Silvia Mario e Edith Pantelides nel 2009, mettono a rischio la propria vita scegliendo di non partorire. L’auspicio è che da quest’anno, davvero, ogni aborto sia libero, sicuro e gratuito.
*traduzione di Gianluigi Gurgigno